Lo scrittore Bertrand Russell è sempre stato molto chiaro sul matrimonio: secondo lui, in nove casi su dieci, si tratta di un progetto fallimentare, dato che, anche nel migliore dei casi ovvero quando c’è sentimento e vita intima (e non quando ci si sposa come tappa doverosa per fare figli), non è detto che i sentimenti durino per sempre, in quanto nella vita… tutto cambia. Secondo Russell, un buon matrimonio si ha solo se ci sono delle affinità psicologiche e basiche comuni, che vengono coltivate dalla coppia e tenute in equilibrio nel lungo termine

In sostanza, stima e affetto restano gli ingredienti fondanti di una qualsivoglia unione; anche avere obiettivi comuni diventa fondamentale.

La bacchetta magica, però – è bene ricordarlo – non ce l’ha mai nessuno.

Le parole di Russell restano valide ancora oggi: in una società dove tutto è precario, dal lavoro alle relazioni, o meglio “flessibile” (cosa che, se ci fossero dei diritti concreti uniti a nuove opportunità, non sarebbe neanche così male) possiamo davvero credere che una relazione… possa durare il tempo di una vita?

Il matrimonio,  come si può ben capire, è un problema annoso, solo che i suoi effetti oggi sono ancora più visibili vista l’attuale “liquida” società.

Per chi vi scrive, le “possibilità” degli individui non dovrebbero affatto finire con la creazione di una famiglia, anzi: non sto parlando di tradimenti come qualcuno potrebbe pensare, quanto piuttosto di vere e proprie vie d’uscita “sociali” da nuclei familiari dei quali non ci si sente più parte.

Ciò, paradossalmente, renderebbe più gioiose e reali proprio le famiglie, che s’impegnerebbero di più sapendo che gli individui da soli potrebbero ancora uscire e mantenere una propria dignità.

Parliamoci chiaramente: oggi molti non divorziano in quanto non hanno un tetto sopra la testa, non hanno un lavoro, o ancora non sanno elaborare la propria solitudine: ebbene, se la società si ingegnasse di più per aiutare chi non sta più bene in famiglia, avremmo meno violenza domestica, meno depressione, perfino meno femminicidi.

La cosa, però, è ancora più profonda: se da piccoli ci insegnassero che nella vita nulla è eterno – neanche l’amore – e che questo non significa non vivere i momenti belli della nostra esistenza, anzi occorre godere a pieno delle persone che ci accompagnano per brevi o lunghi tratti, forse affronteremmo tutto con meno illusioni e aspettative.

Forse ameremmo più intensamente, evitando di scaricare sul nostro partner la nostra insoddisfazione, le nostre paturnie e il nostro senso di solitudine.

Molti matrimoni, oggi come ieri, sono formati da due infelicità separate: il risultato non può che essere una maggiore infelicità per entrambi i contraenti.

Ecco perché il matrimonio non può essere per tutti, soprattutto non può – e non deve – essere considerato una tappa “definitiva”: in verità, si dovrebbe arrivare a lui solo dopo un lungo percorso fatto di amore verso di sé e il prossimo, un cammino di gratitudine e consapevolezza della vita.

Secondo il mistico Osho, l’umanità, oggi come ieri, non sa ancora cosa sia l’amore, sa solo idealizzarlo, ecco perché lo relega a una fantasia… sempre più impossibile.

Il mistico vede l’amore un po’ come una danza: bisogna imparare i passi, guardare in faccia l’altro, e non solo il nostro riflesso e la nostra proiezione allo specchio.

Egli afferma che non bisogna mai avere fretta di sposarsi: l’importante nella vita è imparare prima a danzare.

A suo dire, il requisito principale di una relazione – anche in un matrimonio – deve essere quello di donare amore senza aspettarsi un ritorno: se questo poi non accade, significa che stiamo danzando da soli o peggio ancora con un fantasma.

La prima lezione sull’amore, dunque, è diventare un donatore d’amore senza pensare a esso come a una forma di commercio o peggio ancora di ricatto, sia economico che sentimentale.

Quante famiglie o relazioni ci sono oggi in questa condizione? Tantissime.

Per Osho occorre imparare ad amare un po’ alla volta, accorgendoci finalmente dell’altro e di noi allo stesso tempo: a quel punto – nella stragrande maggioranza dei casi – una quantità d’amore sempre più grande tornerà indietro anche per noi.

Secondo molti mistici e filosofi, è fondamentale divenire amorevoli anche se non si ha un compagno o una compagna.

Si deve essere amorevoli sempre, anche con un mendicante.

Se si aspetta di amare solo quando arriverà la persona giusta, questa non arriverà mai, in quanto attiriamo solo ciò che siamo.

In un rapporto maturo e consapevole, matrimoniale o meno, si deve essere coscienti che il mero romanticismo non basta: bisogna tenersi per mano nel profondo, affrontando una o più tappe della vita insieme.

L’amore matrimoniale non è la passione fisica – o meglio non è solo questa – quanto la comprensione profonda che l’altro individuo ci aiuta a essere ancora più centrati, radicati, in pratica rafforza la nostra presenza.

E pazienza se un’unione non dura il tempo di una vita, può accadere come no: occorre accettarlo, in quanto nella vita tutto è transitorio.

Chissà, forse anche i matrimoni dovrebbero avere una scadenza legislativa ed essere rinnovati: in questo modo, ci sarebbero molta più consapevolezza e rispetto, in quanto nessuno avrebbe più la presunzione di possedere qualcun altro… in modo definitivo.

Le relazioni comunque, oggi come ieri, sono e restano dal punto di vista spirituale tappe di un amore che è molto più grande.

L’amore vero infatti – quello consapevole, quello che nasce dentro di noi e che si riversa nel mondo – è ciò che conta per davvero, molto più di una mera unione legislativa e familiare.

Questo tipo di amore conosce un inizio, è vero, ma non conosce mai una fine.

 

Fonti: Bertrand Russell, I segreti della felicità; Osho, Amore e libertà.

 

 

 

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